Intervento del Prof. Sergio Belardinelli, Università di Bologna
“Eclissi o ritorno di Dio? Gli spazi della religione nella società postmoderna”
Dirò anzitutto qualcosa, brevemente, sugli spazi della religione nella società postmoderna; mi soffermerò invece più a lungo sulla domanda circa l’eclissi o il ritorno di Dio.
Parlare di religione nella società postmoderna significa fare i conti con una strutturale ambivalenza, che per molto tempo ha stentato ad apparire: alludo all’ambivalenza della cosiddetta secolarizzazione. I principali classici della sociologia, da Max Weber a Niklas Luhmann, hanno sempre considerato il moderno processo di secolarizzazione come un processo che, pur con tutti i ben noti conflitti tra scienza e religione o tra religione e politica, aveva nella religione cristiana le sue principali condizioni di possibilità. Nella moderna società occidentale è accaduto però qualcosa di singolare: un certo secolarismo (o laicismo) e un certo clericalismo hanno finito poco a poco per trovarsi d’accordo sul fatto che tra secolarizzazione e religione sussistesse una essenziale incompatibilità. Dove c’èra l’una (la religione) non poteva esserci l’altra (la secolarizzazione). Di qui l’antitesi sempre più marcata tra politica, scienza ed economia, da un lato, e religione, dall’altro. La posta in gioco, manco a dirlo, la conquista dello spazio pubblico. Oggi però, insieme a questa crescente antitesi, sta emergendo anche qualcos’altro: una interpretazione del moderno processo di secolarizzazione più attenta al contributo della religione cristiana in ordine al dispiegamento della politica, della scienza e della libertà dei moderni. Qualcuno, come è noto, parla addirittura di “desecolarizzazione”(1), ma il concetto non mi piace, proprio perché utilizza un concetto troppo riduttivo di un fenomeno storico –quello di secolarizzazione, appunto- che è invece assai più complesso, aperto e plurale di quanto comunemente si creda.
Individualismo, relativismo, ostilità nei confronti del ruolo pubblico della religione appaiono certo come i tratti ancora dominanti anche della cosiddetta società postmoderna. All’orizzonte, però, vediamo emergere anche fenomeni che fanno pensare addirittura a un vero e proprio revival della religione. Stando agli ultimi risultati dello European Values Study (2007), la metà degli europei dichiara di pregare almeno una volta la settimana e tre quarti affermano di sentirsi religiosi; per non dire del grande successo incontrato dai viaggi apostolici di Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI o dalle cosiddette GMG, a proposito delle quali, nell’ultima, svoltasi questa estate a Madrid, Benedetto XVI ha parlato di “cascate di luce” che “danno visibilità alla fede, visibilità alla presenza di Dio nel mondo e creano così il coraggio di essere credenti”; per non dire, infine, della sempre più marcata diffusione dell’Islam nei nostri Paesi europei.
La situazione postmoderna è dunque assai ambivalente. Non è detto che l’individualismo debba coincidere con il relativismo e la crisi della religione, né che il revival della religione debba significare necessariamente un avvicinamento al Dio di Gesù Cristo. Specialmente noi cattolici sappiamo insomma che Dio può eclissarsi in molti modi. Può farlo attraverso un soggettivismo che diventa relativismo, ma può farlo paradossalmente anche attraverso il revival della religione. Di conseguenza l’eclissi e l’eventuale ritorno di Dio non possono essere misurati esclusivamente sugli “spazi della religione nella società postmoderna”. E vengo così alla parte più consistente del mio intervento.
“Quando il figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede su questa terra?”. Questa è forse la domanda più inquietante che si trova nei Vangeli, ben più inquietante, a mio modo di vedere, delle chiacchiere sulla “morte di Dio”, alle quali ci siamo ormai abituati da Nietzsche in poi. Gesù non ci assicura che, al suo ritorno, la fede in Dio sarà ancora presente nel cuore e nella mente degli uomini.
Proprio come pensava anche Martin Buber(2), Dio può dunque eclissarsi nel nostro mondo; può succedere che gli uomini non lo vedano più o che le coordinate storico-culturali del mondo lo rendano pressoché inutile, proprio come vorrebbe una certa cultura oggi dominante.
Ma l’eclissi implica un nascondimento, non la morte o l’inesistenza di Dio. Il sole non cessa di esistere semplicemente perché la luna lo copre e gli uomini non lo vedono più. Il Dio di cui parliamo, il Dio di Gesù Cristo ha certamente un riferimento, diciamo così, soggettivo con l’uomo, ma la sua realtà non è semplicemente quella di colui che parla all’uomo, col rischio appunto di non essere ascoltato o riconosciuto, bensì quella dell’essere onnipotente che, secondo l’immagine di Paolo, “dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm, 4,17). Sempre con le parole di Paolo, potremmo dire che la “eterna potenza e divinità” di Dio “vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo per le opere da lui compiute”(Rm 1, 19-20), non certo dal fatto che gli uomini abbiano o meno fede in lui. La fede serve soprattutto agli uomini per essere compiutamente uomini, non a Dio.
D’altra parte, però, è pur vero che, almeno il Dio cristiano, non è indifferente alla storia umana; è piuttosto un Dio che ci ama e che paga col suo sangue il suo amore. E’ un Dio che quand’anche si eclissasse del tutto nella nostra storia, non smetterebbe per questo di amarci. E se questo è vero, allora dobbiamo guardare anche alla vicenda della nostra società postmoderna con altri occhi, direi quasi, con più fiducia. Se Dio ci ama, allora dovunque sia l’uomo ci sarà sempre anche Dio. Finché l’uomo continuerà a porre le domande di sempre, in un modo o in un altro, egli dovrà fare i conti con Dio. Non a caso, come ci insegna la storia, la negazione di Dio passa attraverso la negazione o la relativizzazione dell’uomo stesso, del senso e della consistenza di tutto ciò che esiste, a cominciare dall’idea di verità, di bellezza e di giustizia. Prima e più ancora che nel nostro essere “credenti”, Dio si mostra dunque ineludibile nella realtà, nella verità, nel nostro essere uomini alla continua ricerca del senso che hanno la nostra vita e ciò che ci circonda.
Già! Ma oggi non stiamo forse lasciandoci alle spalle precisamente tutte queste domande di senso? Il posthuman verso il quale ci stiamo incamminando non sta forse rimuovendo sia l’uomo che Dio? Certamente sì. Ritengo tuttavia che, proprio come diceva Hoelderlin, “là dove crescono i pericoli, là crescono anche le speranze di salvezza”.
A questo proposito, come ha detto Benedetto XVI nel dicembre del 2009, in occasione degli auguri natalizi alla curia romana, “La chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di ‘cortile dei gentili’, dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero”. Che è come dire: pur senza la fede, ci sono uomini che hanno familiarità con Dio, ne avvertono il bisogno, lo cercano, sempre più inquieti e delusi dei molti dei che ci circondano; pur senza la fede, ci sono dimensioni della nostra vita intellettuale e morale che sono ineludibilmente agganciate a Dio, anche se non ce ne rendiamo immediatamente conto, anche se una certa cultura dominante cerca oggi di rimuovere questo aggancio.
Di certo viviamo un momento storico difficile, in cui da più parti si vorrebbe come rimuovere la questione di Dio. Non è facile, oggi, parlare di Dio o avere fede in lui. E’ altrettanto vero però che, al di là della fede e nei modi spesso più impensabili, Dio continua a mostrare la sua presenza. E questo è un aspetto importante. Non possiamo certo trascurare come l’opera di desertificazione che è stata portata avanti in questi anni abbia cambiato profondamente lo scenario nel quale è possibile sentire e far sentire che Dio è ancora presente nella nostra storia. Se però ci pensiamo bene, ovunque c’è l’uomo, c’è anche Dio. Come aveva intuito Nietzsche, con terribile lucidità e consequenzialità, eliminare l’uno è eliminare anche l’altro. Niente di ciò che è umano è estraneo a Dio. La conoscenza, la bellezza, la giustizia, l’amicizia, l’amore: tutto rimanda a Dio. E se oggi fatichiamo così tanto a trovarlo è perché a mio avviso abbiamo poco a poco travisato proprio il senso di quelle parole che ho elencato: conoscenza, bellezza, amore, ecc. ecc. Non è un caso che uno dei pochi luoghi in cui nel nostro tempo Dio continua a parlare al nostro cuore, a gridare quasi, è la situazione tragica.
Il senso del tragico.
“Non è la sensualità che allontana da Dio, ma l’astrazione”(3), dice Nicolas Gomez Devila, in uno dei sui tanti aforismi fulminanti. Proprio così: la malattia del nostro tempo è l’astrazione, l’incapacità di tenere i piedi per terra, di guardare la realtà per ciò che essa è, sapendo che non è un sogno e che, proprio per questo, ci consente di sognare per davvero, di soggiogarla, trasformarla, secondo i nostri progetti e i nostri desideri. E’ questa pervasiva “astrazione” una delle cause “prime”, anche se non molto “prossime”, dello spaesamento metafisico nel quale siamo piombati, dell’incapacità dei nostri giovani di dare senso alla loro vita o anche solo di sognare un mondo migliore. Quanto a Dio, per manifestarsi agli uomini, ha bisogno anch’ egli di un mondo reale. Invece, se guardiamo alla cultura dominante, filosofica e non solo, vediamo fronteggiarsi posizioni che esaltano come una conquista la crescente frammentazione di un mondo fondamentalmente insensato, ma aperto ai più diversi capricci dell’uomo –si pensi a certo pensiero cosiddetto postmoderno- e posizioni che, al contrario, vuoi per motivi strettamente filosofici (penso a Emanuele Severino), vuoi per motivi bioevoluzionistici, esaltano invece la più rigida necessità. Seppure per molti versi antitetiche, queste posizioni producono un medesimo effetto di irrealtà; implicano entrambe un abbandonarsi alla sorte, precisamente quel sense of drift che Toynbee attribuiva a certe epoche, dove, entrati in crisi l’idea di Dio e il vero senso religioso, prende il sopravvento appunto il caso, la fortuna, in una parola, la dea Tyche, la dea che assommava in sé i due aspetti, solo apparentemente opposti, della pura casualità e della ineluttabile necessità.
In questo mondo che va alla deriva, sembra che ormai soltanto le tragedie della vita riescano ancora a richiamare la consistenza del reale. La malattia, la sofferenza, l’infermità, la morte rappresentano spesso l’abisso, per nulla “astratto” purtroppo, che, entrando nella nostra vita, ci costringe a fare i conti con la dura realtà, a domandare disperatamente: perché?
Può essere triste doverlo dire, ma la realtà è proprio questa. Una volta, non ricordo dove, il Cardinale Ratzinger disse che ormai un po’ di autentica umanità la si trova soltanto nelle situazioni di confine, nelle situazioni tragiche: negli storpi, negli ammalati terminali, nelle persone segnate dal dolore e dall’ingiustizia. Provo a tradurre queste espressioni, dicendo qualcosa che forse richiederebbe maggiori spiegazioni, ma che ritengo plausibile: la crisi del nostro tempo è soprattutto crisi del senso della realtà. La quale, a pensarci bene, ritorna nell’unico modo possibile in un mondo astratto, virtuale, liquido, vuoto: ritorna attraverso la tragedia, ossia attraverso l’irruzione di qualcosa che non può essere facilmente rimosso con gli strumenti del pensiero debole, di quello liquido o di quello tecnico.
C’è a mio avviso un nesso assai stretto tra la crisi della tragedia come genere letterario, la crisi dei grandi eroi tragici, e la crisi della realtà. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, fa dire Bertolt Brecht al suo Galileo. E’ proprio il caso di dire che siamo stati accontentati. Gettando discredito sulla realtà, facendola apparire, poniamo, come il frutto di una sorta di inganno da parte di uno spiritello malvagio (si pensi al famoso diavoletto di Cartesio, oppure alla grande cultura del “sospetto”, di cui certamente anche Brecht è stato un protagonista), un certo filone divenuto dominante della cultura moderna toglie letteralmente all’eroe il terreno sotto i piedi. Depotenziando il senso della realtà, e con esso il senso della quotidianità, quindi di quella che definirei una sorta di vocazione universale dell’uomo all’eroismo e alla testimonianza, almeno per quel tanto che la vita di ciascuno di noi implica in termini di energia vitale e di volontà di non soccombere; depotenziando il senso della realtà, dicevo, una certa cultura moderna rende inutile e vana la nostra vitalità e la nostra forza d’animo, ciò che di eroico c’è in ciascuno di noi, la nostra capacità di essere testimoni. Perché mai sacrificare la propria vita, se un’azione vale l’altra e se tutto è comunque semplicemente indifferente? Sta qui la difficoltà che abbiamo oggi a narrare gesta eroiche e l’effetto quasi comico che ne scaturisce quando ci proviamo. Del resto sul piano della fiction non si danno eroi. L’effetto eroico, al pari dell’effetto tragico, ha bisogno della dura resistenza della realtà; ha bisogno che ne riconosciamo la consistenza e l’autonomia, il fatto che essa non dipende in tutto e per tutto da noi, e che, proprio per questo, rende sempre incerto l’esito delle nostre azioni.
Per l’azione eroica non sono decisivi il successo o l’insuccesso. L’eroe, come il vero testimone, è un “servo inutile”. Ciò che decide l’eroicità o meno di un’azione è l’impulso vitale che la muove, la connotazione di qualcosa di grande che basta a riassumere il senso di una vita. Ettore che affronta Achille sapendo di morire, un padre che si sacrifica fino in fondo per suo figlio o Madre Teresa di Calcutta che assiste un moribondo per strada sono il gesto che compiono. Tutta la loro vita si riassume in esso, diciamo pure, nel rischio che decidono di correre.
Grazie alla scienza, alla tecnica e, paradossalmente, al dubbio metodico, l’io moderno si mette invece sempre di più al sicuro rispetto alla realtà; quest’ultima gli resiste sempre di meno; è sempre di più un semplice pretesto, sul quale egli può esercitare le sue scorribande, per diventarne “padrone”. Ma l’effetto, forse imprevisto e certamente indesiderato, è quello di una sempre più paralizzante paura nei confronti della vita, la quale, come sappiamo, è incerta per definizione, e tale resta nonostante i nostri “calcoli” e il nostro potere. L’unica realtà che riusciamo più a sopportare è quella che dipende da noi, quella “fatta” da noi; la luce che illumina le nostre azioni non è più data da un “ideale di vita”, ma da un progetto “tecnico”; al mondo reale si sostituisce insomma una sorta di mondo di plastica, che ovviamente non ha più bisogno d’eroi, ma nel quale, ciononostante, viviamo sempre più spaesati e con la vaga consapevolezza che, paradossalmente, ormai le cose si facciano da sole. Un universo simbolico che si esprime bene nella faccia stralunata del memorabile “laureato” Dustin Hoffman, quando il giorno della festa per la sua laurea si sente sussurrare dallo zio il suo destino futuro e del mondo intero: “plastica”, appunto.
In un mondo di plastica, è evidente che nulla si salva dall’insignificanza; nemmeno il senso di Dio. Direi anzi che certe forme di religiosità paganeggiante, al centro delle quali troviamo ad esempio l’idea di un mondo incontaminato, pulito, puro, dove la stessa vita umana è stata finalmente emendata dal dolore e dalla sofferenza, fanno proprio da perfetto pendant alla plastificazione della realtà di cui ho parlato. Un po’ come nella città di Orano, la città della peste, il grande romanzo di Albert Camus, gli uomini sembrano ormai avere interesso soltanto per la salute, non per la salvezza. Ma non per questo essi smettono di ammalarsi, soffrire e morire. Semplicemente, e tragicamente, soffrono e muoiono di un dolore senza senso e senza speranza(4).
Come ha detto Benedetto XVI, nel marzo del 2009, rivolgendosi ai vescovi della Chiesa cattolica, “Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Dobbiamo dunque assumere il “nostro tempo”, la nostra quotidianità come una sorta di “compito”. E’ nella nostra quotidianità che dobbiamo sforzarci di trovare Dio, non fuggendo da essa. E questo dobbiamo farlo anche se Dio sembra non parlare più, anche se lo stesso Vangelo sembra essere diventato impraticabile. Il grande vuoto del nostro tempo è una sorta di “buco nero” che dobbiamo affrontare, con la speranza di sprigionare l’enorme quantità di energia che esso contiene, senza farci troppo confondere dai pensieri stracchi e ammortiti di coloro che giocano col nulla, perché sono incapaci di sentirne il morso devastante sulla propria pelle. Costoro sono soltanto dei nichilisti divertiti. Abbiamo bisogno invece di uomini che sappiano sentire e trasfigurare il dolore che si sprigiona dal suddetto “buco nero”, che ci mostrino la bellezza del mondo in cui viviamo, nonostante il male e le brutture che lo segnano; abbiamo bisogno di uomini che, nonostante le menzogne, sentano ancora forte la passione per la verità, che non rinuncino mai alla realtà come vero banco di prova dei loro pensieri e delle loro azioni; per farla breve, abbiamo bisogno di essere fedeli alla nostra natura trascendente, al nostro essere sempre “oltre”, diciamo pure, alla nostra ineludibile “inquietudine”. Solo a queste condizioni Dio può rendersi presente, ritornare agostinianamente nel nostro mondo; solo a queste condizioni riusciamo a essere veramente uomini, fedeli a noi stessi (e a Dio).
La bellezza
Dicevo della bellezza del mondo come testimonianza di Dio. Nel novembre del 2009, parlando agli artisti riuniti nella Cappella Sistina, Benedetto XVI disse: “Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una via degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello”. Prendendo seriamente la realtà e la vita, anche quando sono tragiche (la guerra, la persecuzione politica, il dolore, la morte e la disperazione), gli artisti ci scuotono, ci fanno percepire la bellezza anche nelle brutture, ci mostrano la sensatezza della vita anche quando ne rappresentano il presunto non senso; ci aiutano a vedere ciò che normalmente abbiamo sotto gli occhi senza accorgercene, provocano ciò che è latente nella nostra interiorità; suscitano in noi una sorta di riverenza di fronte alla realtà e al nostro destino, la sensazione che tutto ciò che esiste è “cosa buona” e quindi una sorta di gratitudine. Come ha scritto in modo mirabile Robert Spaemann, in un libro su Dio, intitolato La diceria immortale, “poter ringraziare” è una grande “fortuna” per l’uomo. Ma “gratitudine c’è soltanto nei confronti di un destinatario. Altrimenti è un modo di dire. Laddove il lamento non ha destinatario, non ce l’ha neanche la gratitudine. Essa è reale soltanto se il destinatario e reale”(5). Insomma Dio c’è, e si rende presente tutte le volte che prendiamo sul serio le nostre esperienze più elementari: la bellezza, lo stupore e la gratitudine che essa suscita, come pure il dolore e lo sgomento.
Senza chiudere gli occhi davanti al grande buco nero che ci avvolge, anzi, guardandoci dentro, dobbiamo trovare ragioni plausibili per sentirci ancora qualcuno, non qualcosa, per riconoscerci dentro una storia che non è mai semplicemente nostra, ma anche di qualcun altro; soprattutto per comprendere e far comprendere che anche nella più disperata insensatezza è attiva una forza redentrice e che questa forza redentrice si chiama amore. L’amore di Dio non governa il mondo dal di sopra, ma dal di dentro. Sempre. Dobbiamo quindi essere capaci di amare allo stesso modo. Come ha scritto Roger Scruton, la bellezza “è il volto dell’amore che risplende nella desolazione. E molto spesso le più belle opere d’arte del secolo XX emergono proprio dalla desolazione” (6). Si pensi a Kafka, a Soilgenitsin o all’ “urlo” di Muench. Qualunque sia il nostro destino, che la nostra vita sia traboccante di bellezza o dilaniata dai morsi della disperazione, il significato stesso, la bellezza, il bene e la verità, in una parola, Dio, questo Dio c’è, e non c’è nulla che possa minimamente scalfirne la realtà.
La verità
Qualcosa di simile credo che possa essere detto a partire dalla verità. In un mondo dove sembra non esserci più alcune differenza tra la verità e l’errore o, peggio ancora, tra la verità e la menzogna, il compito che abbiamo è quello di continuare, nonostante tutto, a tener desta l’idea di verità. Se ci pensiamo bene, essa rappresenta il primo valore non negoziabile, la prima forma di indisponibilità con la quale, anche se non ne siamo consapevoli, facciamo quotidianamente i conti. “La neve è bianca”: punto. Possiamo riconoscerlo o non riconoscerlo, ma non per questo la neve cessa di essere bianca. Mia madre mi vuole bene anche quando mi rimprovera: posso riconoscerlo o non riconoscerlo, ma non per questo mia madre cessa di volermi bene. La realtà insomma non sempre è manipolabile a piacere; ha in se stessa anche qualcosa che non dipende da noi. Forse è per questo che Friedrich Nietzsche ce l’aveva tanto con la verità. Fra le tante cose che aveva intuito questo genio disperato c’era anche la reciproca dipendenza dell’idea di verità e dell’idea di Dio. “Anche noi illuministi, noi liberi spiriti del XIX secolo prendiamo il nostro fuoco ancora dalla fede cristiana (che era anche la fede di Platone) che Dio sia la verità e che la verità sia divina”(7). E altrove: “Temo che non ci libereremo di Dio fintanto che crederemo alla grammatica”(8). Se Dio non esiste, allora non esiste neanche la verità. Attraverso Nietzsche impariamo così la stretta connessione tra l’assolutezza di Dio, l’assolutezza della verità e la considerazione di noi stessi come esseri capaci di dire la verità, cioè come persone aperte alla verità (e all’assoluto). L’idea nicciana del “superuomo” avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa, una sorta di equivalente funzionale a queste “idiosincrasie” cristiane. Ma oggi, lo vediamo abbastanza bene, nemmeno il suo nichilismo eroico ha saputo tenere lontana la miseria dell’”ultimo uomo”, colui che confida soltanto nei suoi piaceri, dileggiando l’amore, la creazione, la nostalgia e le stelle.
Ogni verità, anche la più insignificante, ha in se stessa qualcosa di “divino”, rimanda in qualche modo a Dio, mostrandone l’ineludibilità. “Se Dio non esiste tutto è permesso?”, domanda Gomez Davila in un altro dei suoi aforismi, con chiaro riferimento a Dostoevskij. “No”, è la risposta. “Se Dio non esiste nulla ha importanza. I permessi sono risibili quando i significati si annullano”(9). L’alternativa alla verità, alla realtà e a Dio è dunque l’assoluto non senso, la cui esperienza è fatta oggi, non dai filosofi che allegramente lo teorizzano, ma da quelle persone, specialmente i giovani, che tragicamente lo subiscono, e insieme sentono un gran desiderio uscirne fuori. Di nuovo: la paradossale esperienza di Dio e della verità, attraverso il silenzio e la disperazione. A noi il compito di renderci testimoni in questo mondo, forti della convinzione di non essere soli, della convinzione che Dio c’è, esiste, e che questo è il vero fondamento della sua ineludibilità, dell’impossibilità che egli si eclissi del tutto. Del resto una verità che sia incapace di sopportare che la si offenda, che la si malmeni, diciamo pure, che la si crocefigga non sarebbe di una specie abbastanza robusta.
Note
1) Cfr. P. BERGER, The Desecularization of the World: Resurgent Religion and World Politics, Eerdmans, Washington DC, 1999.
2) Cfr. M. BUBER, L’eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, Edizioni Comunità, Milano 1961.
3) N. GOMEZ DAVILA, In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 2001, 112.
4) Cfr. S. BELARDINELLI, Bioetica tra natura e cultura, Cantagalli, Siena 2007.
5) R. SPAEMANN, La diceria immortale, Cantagalli, Siena 2008, 27.
6) R. SCRUTON, La bellezza e il sacro, in Comitato per il Progetto Culturale della CEI (a cura di), Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto, 107.
7) F. NIETZSCHE, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1977, 255.
8) F. NIETZSCHE, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1970, 40.
9) GOMEZ DAVILA, In margine a un testo implicito, 67.
12 novembre 2011